Siria news: Damasco in fiamme, ribelli verso la sede della tv di Stato

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guerra in siria

Continuano senza tregua gli attacchi al cuore del regime in Siria: dopo l’attentato rivendicato ieri, in cui hanno perso la vita il ministro della Difesa, il suo vice e il capo dell’unità di crisi, i ribelli ‘si preparano ad attaccare la sede della tv di Stato‘, secondo quanto annunciato dai comitati di coordinamento locale dell’opposizione. Damasco si è risvegliata sotto le bombe, e un’esplosione sarebbe avvenuta presso la sede del Consiglio dei Ministri. Intanto il presidente Bashar al-Assad avrebbe abbandonato la capitale e si troverebbe a Latakia, città costiera a circa 250km a nord di Damasco: lo riferiscono fonti dell’opposizione e un diplomatico occidentale.

Sono duplici i timori dei paesi occidentali, che si stanno attrezzando ad un eventuale fine del regime siriano: da un lato le stragi di civili che proseguono incessantemente, dall’altro la possibilità che l’arsenale chimico di Bashar al-Assad finisca in mani inappropriate, come quelle di Al Qaeda. Nella sola giornata di ieri sono rimaste vittime degli scontri 214 persone : 24 sarebbero civili, 62 soldati e 28 ribelli.

Armi chimiche in azione in Siria?

Torna ad aggirarsi lo spettro delle armi chimiche in Siria: secondo il Wall Street Journal l’esercito siriano avrebbe iniziato a spostare i propri arsenali di gas nervini ed altre sostanze letali, suscitando la preoccupazione degli Usa e delle Nazioni Unite, con il segretario Ban Ki-Moon che ha dichiarato con preoccupazione in una nota che ‘l’inazione dell’Onu in Siria equivale ad una licenza di massacro per il regime‘. Molto duro anche il presidente francese Hollande, che in una visita ufficiale in Russia ha chiesto un intervento deciso per fermare gli eccidi.

Il governo siriano nega di aver spostato le sue riserve di armi chimiche, che secondo gli esperti sarebbe l’arsenale più vasto di tutto il Medio Oriente. Gli americani si interrogano sul significato di questi presunti spostamenti: una minaccia da utilizzare contro civili e ribelli oppure solo la volontà di rendere vani gli sforzi occidentali di localizzare suddette armi? E intanto i massacri continuano senza pietà.

Massacro in Siria, 220 morti

220 persone morte. Questo è il bilancio dell’ultimo scontro tra le parti avverse nella guerra in Siria, che insanguina da ormai troppo tempo il paese mediorientale. Mentre il vento della democrazia ha cominciato a soffiare negli altri paesi vicini, in Siria i massacri hanno spento ogni anelito di libertà, e questo, stando alle ultime notizie che giungono dal fronte di guerra, è stato l’eccidio più cruento da quando sono iniziati gli scontri. La strage di Tremseh, provincia di Hama, sarebbe stata iniziata dalle milizie governative, che hanno indugiato nei bombardamenti, e poi proseguita dalle forze paramilitari avverse, l’esercito di Bashar Al Assad, e poi un altro gruppo armato di Alawiti, la Shabiha.

È stato il quotidiano inglese Guardian a dare per prima la notizia del massacro di Tremseh: ‘Più di 220 persone sono morte oggi a Tremseh. Sono morti a causa di bombardamenti perpetrati da carri armati ed elicotteri, lanci d’artiglieria ed esecuzioni sommarie. Sembra che questi miliziani alawiti direttamente dai villaggi circostanti sono calati su Tremseh dopo che i difensori ribelli hanno lasciato il villaggio e hanno iniziato ad uccidere le persone. Intere case sono state distrutte e rase al suolo dai bombardamenti‘, ha raccontato al quotidiano un attivista dello Hama Revolutionary Council. La notizia è stata poi confermata da altre fonti, come il corrispondente di Al Jazeera Rula Amin. che da Beirut racconta: ‘Sappiamo dagli attivisti che l’attacco è iniziato alle 5 del mattino, quando il villaggio è stato circondato da forze governative e da milizie alleate. Sono stati trovati corpi pugnalati ed alcuni bruciati. Ma quel che è accaduto non è ancora chiarissimo. Gli esperti dei diritti umani hanno fissato la quantità di morti a 17mila, per ora. Il più grande massacro singolo finora conosciuto è stato quello nella provincia di Houla, in maggio, nel quale 108 persone sono state uccise, inclusi 49 ragazzi e 34 donne‘.

A differenza di quanto accaduto in Libia, la sostanziale indifferenza internazionale nei confronti della guerra siriana, dovuta a veti incrociati tra Stati e forse anche a scarsi interessi in chiave economica e geo-politica, ha favorito il perpetrarsi di stragi senza soluzione di continuità, che vede vittime le fasce più deboli e indifese della popolazione. Gli attivisti continuano a chiedere a gran voce l’intervento armato dell’Onu, oggi ancora di più che siamo alla vigilia di una nuova riunione del Consiglio di sicurezza. Ma l’ipotesi di un accordo internazionale appare alquanto remoto, e i cadaveri non si contano più: fino a quando il mondo continuerà ad assistere al massacro di una popolazione inerme?

dom 19/07/2012 da Giulio Ragni in Guerra, Siria.

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