Anoressia, giudice dispone alimentazione forzata ad una donna in Inghilterra

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È destinata a suscitare molte discussioni la decisione dell’Alta Corte d’Inghilterra, secondo cui, di fronte al rifiuto del cibo da parte di una ragazza sofferente di anoressia, è possibile procedere alla nutrizione forzata. Si tratta di una sentenza senza precedenti, e che riporta al centro del dibattito mediatico non soltanto la spinosa questione dei disturbi alimentari nelle sue forme più gravi ed estreme, ma anche, se non soprattutto, il tema della responsabilità individuale nel decidere cosa fare del proprio corpo.

La paziente in questione infatti, una studentessa di medicina di 32 anni da anni affetta da una grave forma di anoressia, per ben due volte ha firmato moduli in cui chiedeva di non essere sottoposta a trattamenti che la tenessero in vita, e da oltre un anno rifiutava cibi solidi. Costringendola all’alimentazione forzata, il giudice ha violato il suo diritto a rifiutare le cure? Questa la domanda che si sta ponendo l’opinione pubblica, e che porta fino alle estreme conseguenze il tema del testamento biologico, e più in generale il diritto a non usufruire di un trattamento sanitario. Come un paziente con una gamba in cancrena ha il diritto di non farsi amputare l’arto, una donna anoressica ha diritto di rifiutare il cibo, oppure l’alimentazione è un trattamento sanitario obbligatorio? Questioni, a ben vedere, di cui si dibatte da tempo anche in Italia, e che finora ha generato polveroni politici e mediatici senza giungere ad alcun punto fermo.

Peter Jackson, giudice della Court of Protection, si è dovuto esprimere nel merito dopo che la donna è stata ricoverata in ospedale e ha rifiutato il cibo: ‘Un giorno questa donna potrebbe scoprire di essere una persona speciale, la cui vita vale la pena di essere vissuta‘, ha dichiarato. Tuttavia le implicazioni bioetiche della sentenza restano sul piatto, senza considerare che, anche in caso di alimentazione forzata, le possibilità di sopravvivenza nel caso della studentessa non supererebbero il 20 per cento, e le terapie dovrebbero durare almeno un anno. Siamo di fronte a un caso di accanimento terapeutico? La domanda, forse, è destinata a rimanere per sempre senza una risposta definitiva.

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