Donne e Islam: divieto di essere, la dura legge del velo in Italia

Donne e Islam, Islam e Donne. Divieto di essere. Cosa vuol dire per una ragazzina musulmana nascere e crescere in Italia ma dover rispettare il credo dell’Islam? Usare i tappi per le orecchie per non ascoltare la musica. Coprirsi il capo e il volto, nei casi più fortuiti, e l’intero corpo per evitare sguardi indiscreti. Essere fedeli, al proprio Dio e al proprio uomo. Non sono proprio i comandamenti della religione cattolica, ma nel mondo musulmano, anche se trasferitosi in Italia, certi dettami rimangono.
Il riferimento è a tutti quegli obblighi che nell’Islam, più per necessità che virtù sembrano fare di una donna, spesso ancora una bambina, qualcuno da rispettare, privandone la libertà. Come se il rispetto fosse legato a un indumento che si indossa o al genere di musica che si preferisce. Sempre che sia stato concesso il permesso di ascoltarla. E allora, dove può arrivare la libertà di una persona, o per meglio dire una donna, ragazza o bambina, nata e cresciuta in un mondo dalla fortissima connotazione religiosa che vede nell’uomo il proprio Dio? Quali sono le forme di espressione consentite e quali le possibilità per chi nasce femmina in un contesto fortemente maschilista, garantito anche dalla religione? Che tipo di tutela suggerisce un paese come il nostro, dove si crede a Dio ma indossando altri paramenti religiosi e in determinate circostanze?
Permettere l’ascolto della musica a una bambina islamica piuttosto che frequentare una classe in cui vicino alla lavagna c’è anche un crocifisso e darle la possibilità di indossare la minigonna piuttosto che il chador, o escludere ogni manifestazione religiosa all’interno di contesti pubblici, come la scuola e ogni altro luogo che non sia di culto e frequentato da più persone libere di credere oppure no? Legiferare come la vicina Francia che si oppone ai veli che coprono per intero, o insinuarsi anche laddove dovrebbe essere il buon senso a governare? Aspettando i vostri commenti, saluti.
gio 01/02/2011 da Carla Incorvaia in Islam.
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